SERGIO TROISI 22 settembre 2007, la Repubblica, PALERMO
«Questa strada Toleda è di larghezza di sei canne, di lunghezza di mille e tutta
siliciata nel mezzo, e dalle bande tutta ammattonata, ed appalazzata tutta egualmente, con
finestre d´intaglio delle medesima fattura ed altezza. Ha tutte botteghe sotto, piene di
ogni sorte di maestranze. E tale in effetto è questa strada, che non ne ha l´Italia
un´altra simile».
Così Vincenzo Di Giovanni descriveva intorno al 1627 la via Toledo, il Cassaro, nella sua
opera rimasta manoscritta "Del Palermo Restaurato", pubblicata poi a cura di
Gioacchino Di Marzo soltanto nel 1872 (riedita da Sellerio nel 1989). E, per una volta,
l´orgoglio municipale e l´accento encomiastico che infiorano la prosa di tanti cronisti
locali non erano del tutto ingiustificati. A quella data, la strada Toledo, così
denominata in onore del viceré Garsia Toledo che nel secondo scorcio del Cinquecento
promosse l´ampliamento dell´antico asse che bipartiva Palermo sin dalla pianta fenicia,
si presentava come una delle arterie più sontuose e scenografiche d´Europa, il frutto di
una prassi urbanistica in cui si rispecchiava l´ideologia dell´assolutismo del tempo.
(segue dalla prima di cronaca)
Prolungato in due riprese - la prima volta nel 1568 sino al Piano della Marina, la seconda
nel 1581 sino alla nuova Strada Colonna - , rettificato così da allineare gli edifici
regolarizzandone orientamento e altezza, ampliato e sensibilmente deviato rispetto al
tracciato originario che conduceva sino al Piano di Sant´Antonino, il nuovo Cassaro
ordiva così, nella successione di piazze, statue, chiese e palazzi nobiliari, uno
sfarzoso e ridondante sistema di segni celebrativi del potere della monarchia spagnola:
dalla Porta Nuova eretta in onore di Carlo V in omaggio alla presa di Tunisi alla
spazialità vuotata del Piano del Palazzo, sgomberato di edifici anche di pregio per
essere adibita a plaza des armas, con la sede viceregia difesa dai bastioni rivolti verso
la città e l´apparato monumentale di Filippo IV; dalla statua dell´imperatore innalzata
nel Largo dei Bologna alla grande macchina teatrale dei Quattro Canti, sino al Piano della
Marina, sede di giostre e di autodafè adesso inglobato nel ferreo dispiegarsi di emblemi
e parzialmente privato della sua vocazione commerciale. In misura ben maggiore rispetto al
suo prototipo napoletano iniziato nel 1536 - la prima Strada Toledo - i modelli
urbanistici del manierismo e quelli incipienti del barocco trovavano così nella ambiziosa
realizzazione palermitana una magnifica saldatura, enfatizzata dal cannocchiale
prospettico da Porta Nuova a Porta Felice accelerato dal dislivello di 28 metri. Nella
rifondazione spagnola della città di cui il completo ridisegno del Cassaro costituiva la
spina dorale, dell´antica Simat punica - il tracciato longitudinale dell´impianto a
pettine su cui si era organizzata parte della città medievale - rimaneva quindi ben poco.
Per una di quelle non rare complicità involontarie della storia, una tale operazione di
tabula rasa rispetto alla città dei traffici e delle maestranze sarebbe stata ribadita
dalla prima pianta a stampa di Palermo: quella incisa da Natale Bonifazio su disegno di
Orazio Maiocchi nel 1580, ripresa l´anno successivo da Joris Hoefnagel per il celebre e
diffusissimo "Civitates Orbis Terrarum" di Braun e Hogenberg, che mostra il
nuovo Cassaro prolungato ancora soltanto sino alla Marina, ma già graficamente nitido,
simile a un bisturi affondato a sezionare e dividere i tessuti degli antichi quartieri.
Nulla di ugualmente attendibile e particolareggiato ci è giunto del precedente assetto
urbano.
La funzione cerimoniale e politica del Cassaro rifondato era del resto sontuosamente
esplicitata in occasione delle numerose festività, civili e religiose (non a caso il
Festino in onore di Santa Rosalia coniuga, inestricabilmente, entrambi gli aspetti) quando
la strada era percorsa da cortei e cavalcate, e le facciate dei palazzi nobiliari
addobbate con apparati effimeri (puntualmente tramandati dalle incisioni dell´epoca) il
cui erudito linguaggio figurato amplificava in una ininterrotta variazione di immagini
quello delle mostre marmoree (come quella su disegno di Paolo Amato che celebra la
pavimentazione del Cassaro, che ancora campeggia sulla facciata dell´odierna Biblioteca
centrale della Regione Sicilia), dei prospetti delle chiese, dei portali, delle insegne di
conventi e monasteri. Una strada - teatro, insomma, come si addiceva alla società
barocca, ancora oggi coerente nonostante gli stravolgimenti e le distruzioni: demoliti i
conventi dei Sett´Angeli e di Santa Caterina dopo i danni riportati durante le giornate
di battaglia per l´ingresso di Garibaldi a Palermo, interrotta la continuità delle
cortine edilizie con il taglio della via Roma, le distruzioni più ingenti sono state
causate dai bombardamenti del ´43. Ridotti a moncherini sono Palazzo Papè di Valdina e
Palazzo Geraci, di Palazzo Belmonte Riso sopravvive poco più della facciata, per citare
soltanto alcuni degli esempi più noti. Ma la vicenda quanto mai annosa delle mancate
ricostruzioni è soltanto uno degli aspetti dell´attuale condizione di degrado in cui
versa una delle strade un tempo più belle d´Europa: quello che manca è, a tutt´oggi,
qualsiasi indicazione concreta di recupero e di valorizzazione.
Da quando, nell´autunno del ´95, l´amministrazione Orlando promosse la chiusura del
Cassaro il sabato sera - e la strada fu invasa da una folla festosa che riscopriva il
centro sorpresa da come la città potesse essere vissuta in modo differente - nessuna
iniziativa è stata varata per sottrarre all´oblio dell´incuria l´asse monumentale di
Palermo. Anche quella misura durò del resto pochi mesi, e i riflettori si accesero presto
altrove. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: corrose dal monossido di carbonio
le architetture, irrisi da una coltre di sporcizia anche i restauri più recenti (il
timpano del portico meridionale della Cattedrale, le facciate della chiesa del Salvatore e
di Palazzo Belmonte - Riso, i Quattro Canti), il Cassaro agonizza nell´ignavia, nel
rumore e nella puzza che stordiscono le file dei turisti e che rendono praticamente
illeggibili l´unitarietà straordinaria dei valori urbanistici e architettonici. Col
primato, davvero poco invidiabile, che corso Vittorio Emanuele II è oggi probabilmente
l´unica strada di tale rilevanza storica e artistica caparbiamente usata per il traffico
veicolare, a dispetto di ogni studio sulla fruibilità urbana, sulla valorizzazione dei
monumenti e del semplice buon senso. Altrove, le strade di simile importanza sono state da
tempo rese pedonali: in Europa naturalmente ma anche in Italia (come la via Garibaldi a
Genova, giusto per citare una strada che ha alcuni caratteri storici analoghi al Cassaro
palermitano) e in Sicilia: chiuse al traffico sono l´antica Rua Grande a Trapani (oggi
Corso Vittorio Emanuele), la via XI Maggio a Marsala, parte della via Etnea a Catania, una
larga fetta di Ortigia a Siracusa, con effetti positivi non soltanto sulla tutela dei beni
artistici ma anche sull´indotto turistico e sugli stessi esercizi commerciali. Non
sarebbe difficile ipotizzare una simile politica anche per Palermo: la
pedonalizzazione del Cassaro da Porta Nuova almeno sino a via Roma, una nuova
pavimentazione, una illuminazione accurata, un piano di decoro urbano con incentivi per i
privati. Misure semplici da attuare in parallelo a un piano di restauri, quasi
ovunque messe in opera grazie a una cultura della città che da noi incontra ancora troppe
resistenze a differenti livelli (incluso quello politico e amministrativo) ma che non ha
alternative. A meno di accettare come ineluttabile la perdita definitiva del comune
patrimonio di memoria.